Riflessioni /Santi e Beati

Luigi Orione

Colui che fu definito "padre degli orfani e dei poveri" nacque a Pontecurone, vicino ad Alessandria, il 23 giugno 1872 , da una famiglia molto umile. La mamma era una grande lavoratrice, ma soprattutto profondamente credente, e don Orione ricorderà sempre con commozione non solo che ella andava spesso a ricevere l'Eucaristia, ma che al ritorno diceva sempre ai figlioli: "Ho pregato prima per voi e poi per me. Ho ricevuto il Signore per voi e per me".
Lavorò nei campi nella sua fanciullezza, frequentando un po? di scuola e dedito alle pratiche religiose. A 13 anni entrò fra i Frati Minori di Voghera, ma a causa di una grave polmonite, dovette ritornarsene in famiglia. Ristabilitasi, aiutò il padre nella selciatura delle strade, esperienza che gli risulterà molto utile per comprendere le sofferenze e la mentalità degli operai. Nel 1886 entrò nell?oratorio di Torino diretto da S. Giovanni Bosco, ove rimarrà per tre anni, l?insegnamento ricevuto e l?esperienza vissuta con il Santo innovatore non si cancellarono più dal suo animo, costituendo una direttiva essenziale per le sue future attività attività in campo giovanile. Non divenne però salesiano, per dei segni importanti e un sogno su don Bosco entrò nel seminario di Tortona rivelandosi, a detta di tutti, un allievo veramente modello: eccelleva nello studio, nella carità, e in quell?entusiasmo contagioso che lo avrebbe poi sempre caratterizzato. Ad Alessandria vigeva l'usanza di offrire, ai tre seminaristi più poveri, la possibilità di lavorare come custodi della cattedrale: potevano frequentare i corsi di studio del seminario, ma vivevano in alcune stanzette sotto la volta del duomo vicino al campanile.
Servivano due o tre messe al giorno, curavano i paramenti e le candele e ricevevano un piccolo stipendio, oltre qualche mancia da parte dei canonici...
In quella soffitta, il chierico Orione studiava, pregava, lavorava e si preparava alla sua missione. La libertà dalla ferrea disciplina del seminario non la utilizzò per dissiparsi, ma pur attizzare quel fuoco che don Bosco gli aveva lasciato in cuore. Le stanzette sotto le volte del duomo divennero un ritrovo di monelli di strada che Orione ricercava e portava a casa in gran numero. Qui faceva loro un po' di catechismo, lì faceva divertire, come aveva visto fare nell'oratorio di don Bosco. Per disposizioni superiori, quell'oratorio improvvisato sulle volte del Duomo doveva finire. I ragazzi si ritrovarono allora tutti in strada. Si radunavano in una piazzetta e là li aspettava Orione: poi li conduceva su verso il castello diroccato, giocando, e sui prati faceva la sua lezione di catechismo: un oratorio itinerante.
Per fortuna il Vescovo della città era un vero padre. Perciò chiamò Orione e gli mise a disposizione il giardino dell'Episcopio. A distanza di poco più di un anno, il vescovo gli comunicò la necessità di chiudere l'oratorio, benché i ragazzi fossero già centinaia. "Mi misi a guardare giù l'oratorio che non si sarebbe più aperto; a piangere e pregare.e pregai la Madonna, e misi me e tutto l'oratorio nelle sue mani?. Quando il vescovo gli diede un generico permesso di un nuovo oratorio, prima che finisse la giornata tutto ormai era pronto; la casa era stata trovata ed era già stato pagato l'affitto per un anno in modo provvidenziale. Dopo un anno la casa era diventata insufficiente, e Orione rilevò nel centro di Tortona un vecchio convento abbandonato. Soldi non ce n'erano quasi mai. Al vitto si provvedeva con le entrate delle rette, ogni famiglia dava quello che poteva, e con le offerte che spesso giungevano come un miracolo. All'insegnamento provvedevano lo stesso fondatore, che insegnava italiano, storia e geografia, e qualche studente di teologia prestato dal seminario diocesano.

Finalmente, il 13 aprile 1895, Orione venne ordinato sacerdote. Nella storia della Chiesa egli rappresenta il caso più unico che raro di un seminarista che diviene fondatore di un istituto religioso. Il giorno della sua ordinazione, il vescovo gli concesse infatti di rivestire dell'abito talare sei convittori che volevano incamminarsi al sacerdozio "sotto la guida ai don Luigi" Di più ancora, autorizzò alcuni seminaristi che si sentivano attratti dall'impresa di Orione a lasciare il seminario e a iniziare con lui una forma di vita comune.
Nasceva così la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Cominciò presto ad essere chiamato a fondare altri collegi e case per i ragazzi poveri che volevano soltanto studiare, o per i seminaristi che non potevano permettersi la retta del seminario., sia coloro che desideravano far parte dell'istituto nascente. Nel 1898 fondò gli Eremiti della Divina Provvidenza: in un'antichissima abbazia sull'Appennino Pavese, raccolse dei laici abituati al lavoro dei campi, che volevano consacrarsi al Signore, nella contemplazione e nel lavoro, alla maniera benedettina. In breve nacquero numerose comunità similari, sempre dislocate negli eremi o nelle colonie agricole, come nucleo portante di preghiera e di lavoro. Si precipitò a soccorrere le popolazioni colpite dal terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria, inviando nelle sue Case molti orfani, divenne il centro degli aiuti sia civili che pontifici. Papa Pio X gli diede l?incarico, che durò tre anni, di vicario generale della diocesi di Messina. Stessa operosità dimostrò negli aiuti ai terremotati della Marsica nel 1915, accogliendo altri orfani, a cui diede come a tutti, il vivere, l?istruzione, il lavoro. Nel 1915, Orione comincia a disseminare l'Italia di case di cura chiamate "Piccoli Cottolengo". Ciò che il Cottolengo aveva fatto a Torino in grande, egli lo dissemina in piccolo in tutta Italia e nel mondo (nove fondazioni prima della sua morte!), per accogliervi le miserie più ripugnanti, coloro che la società vuole ad ogni costò togliersi dalla vista.

I malati dovevano essere organizzati in "diverse famiglie", secondo il tipo di malattia, mentre i Piccoli Cottolengo dovevano accogliere solo coloro che non riuscivano a trovare posto in nessun altro ospedale o casa di accoglienza: gli ultimi degli ultimi "di qualunque nazionalità siano, di qualunque religione siano, e anche se fossero senza religione, perché Dio è Padre di tutti".
Ancora nel 1915, don Orione fonda le "Piccole suore missionarie della Carità", come ramo femminile di tutte le sue opere: alle suore erano affidati gli asili, gli orfanotrofi, le opere parrocchiali, l'educazione delle ragazze, l'assistenza ai poveri e agli infermi, nonché l'espletazione delle mansioni femminili di tutti gli altri istituti.
Le prime tre ragazze a cui diede l'abito le chiamò: Suor Fede, Suor Speranza e Suor Carità. Più tardi darà inizio a una diversa congregazione femminile destinata esclusivamente alla cura dei Santuari e per le attività attinenti al culto. Nel 1927 fonda le "Suore Sacramentine cieche": per l'adorazione perpetua e la preghiera incessante, alle quali affida il compito di essere sostegno e radice di tutte le altre opere.
Sono più di cento le fondazioni di case e di opere a cui don Orione mise mano, prima di essere colto dalla morte a sessantotto anni, percorrendo non solo l'Italia ma anche Brasile, Argentina, Uruguay, Cile, Stati Uniti, Inghilterra, Grecia, Polonia, Albania e Palestina.
Girava il mondo vestito come l'ultimo dei poveri, con la veste rattoppata e le scarpe sformate, senza mai possedere un orologio né un portafoglio, amministrando fiumi di denaro, senza mai sapere se ce n'era abbastanza per il giorno dopo sentendosi soltanto un "servo della divina Provvidenza". II nome della sua congregazione era per lui una convinzione così profonda che dalla Provvidenza attendeva risposte e regali come un bambino li attende dalla mamma.

Erano centinaia i giovani che chiedevano di entrare nella sua Congregazione. Eppure il "programma di vita" che egli incarnava e proponeva non lasciava adito a illusioni. E chiedeva di aggiungere ai tre voti di castità, povertà e obbedienza, uno speciale quarto voto di "fedeltà al Papa".
All'epoca non gli fu consentito. Oggi, invece, i figli di don Orione, come i gesuiti, emettono un quarto voto di fedeltà al Papa. Una tale coscienza ecclesiale, concentrata sul ministero di Pietro nella Chiesa, non si era mai vista prima, soprattutto in un fondatore così immerso nei bisogni sociali. E non la si vedrà più fino ai nostri giorni. Per lui fu un sogno poter fare i voti perpetui nelle mani stesse del Pontefice. Glielo chiese come grazia specialissima durante un'udienza, disposto ad attendere che il Papa si degnasse di fissare un giorno per la cerimonia. "Anche subito", rispose sorridendo Pio X. "Padre Santo, come vostra Santità sa, ci vorrebbero almeno due testimoni...". E il Papa sorridendo: "Per testimoni pigliamo il mio angelo custode e il tuo". Don Orione esplicò l'attività di predicatore e di confessore sempre volentieri e con indubbia fantasia. Quando si trattava di Dio e delle anime sapeva perfino diventare un commediante. Sempre in movimento conduceva una vita penitente e poverissima, sebbene cagionevole di salute, organizzò missioni popolari, presepi viventi, processioni e pellegrinaggi, con l?intento che la fede deve permeare tutte le fasi della vita. Era il 1940, e don Orione era a San Remo, un po' triste perché gli toccava morire tra le palme, invece che tra i poveri. Vi era giunto il 9 marzo e si era molto agitato: la camera, pur privata di tutto il mobilio superfluo, gli sembrava troppo lussuosa! "Non mi sento, non posso stare qui: fammi la carità, guarda l'orario dei treni!", diceva a un confratello.
Poi si calmò, per fortuna in un angolino c'era una statuetta della Madonna. "Guarda com'è bella! - disse- non ti pare che non dovrei fare altro che chiudere gli occhi?". Li chiuse tre giorni dopo, dicendo: "Gesù, Gesù. Vado!". Per l'ultima volta si sentiva inviato in missione, teso a una pronta obbedienza.
Fu beatificato il 26 ottobre 1980 da Papa Giovanni Paolo II.

Frasi di Luigi Orione
Quando giunse il piccolo Orione all?oratorio di don Bosco chiese un permesso speciale per potersi confessare da don Bosco. "Con una mano nella tasca dei quaderni e l'altra al petto, aspettavo in ginocchio, tremando, il mio turno. "Che cosa dirà don Bosco pensavo tra me, quando gli leggerò tutta questa roba?". Venne il mio turno. Don Bosco mi guardò un istante e senza che io aprissi bocca, tendendo la mano disse: "Dammi dunque questi tuoi peccati". Gli allungai il quaderno, tirato su accartocciato dal fondo della tasca. Lo prese e senza neppure aprirlo lo lacerò. "Dammi gli altri". Subirono la stessa sorte. Ed ora, concluse, la tua confessione è fatta, non pensare mai più a quanto hai scritto e non voltarti più indietro a contemplare il passato". E mi sorrise, come solo lui sapeva sorridere".

Ma ciò che soprattutto colpiva e impressionava era il suo amore, senza alcuna riserva né misura, al vicario di Cristo in terra. Scriveva:"Il nostro Credo è il Papa, la nostra morale è il Papa; il nostro amore, il nostro cuore, la ragione della nostra vita è il Papa. Per noi il Papa è Gesù Cristo: amare il Papa e amare Gesù è la stessa cosa; ascoltare e seguire il Papa è ascoltare e seguire Gesù Cristo; servire il Papa è servire Gesù Cristo; dare la vita per il Papa è dare la vita per Gesù Cristo".

Diceva; "La Congregazione non potrà vivere, non dovrà vivere che per il Papa: deve essere una forza nelle mani di lui, dev'essere uno straccio sotto i piedi di lui. Vivere operare e morire d'amore per il Papa...".Quando gli veniva chiesto quale fosse lo scopo distintivo del suo Istituto, dato che molti si dedicavano alle opere di misericordia, rispondeva che "suo fine speciale era trarre e unire con un vincolo dolcissimo e strettissimo di tutta la mente e del cuore i figli del popolo e le classi lavoratrici alla Sede Apostolica".